
29/01/2010 -
La musica ormai è digitale in larga parte del suo ciclo di vita e sulla validità del digitale in produzione e postproduzione nessuno ha più dubbi. È invece sempre vivo il dibattito sulla diversa qualità di ascolto del digitale rispetto all’analogico e dei vari tipi di compressione digitale fra loro.
A parte gli audiofili puri, quasi tutti apprezzano la comodità del digitale, pur sapendo che questo ha portato una evidente – per le orecchie e gli strumenti giusti – flessione della resa sonora. Altri non vogliono cedere (troppo) sulla qualità del digitale e sono disposti a spendere per recuperare le sonorità perse, acquistando un DAC dedicato.
Il DAC (Digital-to-Analog Converter, o convertitore digitale-analogico) è uno dei componenti più importanti della “linea di montaggio” musicale, che parte dai bit contenuti in un file audio e attiva alle onde sonore emesse dai diffusori o dalle cuffie. I DAC sono dappertutto: nei riproduttori di CD e DVD, negli Pod e negli iPhone, anche nel Mac e nelle schede audio dedicate. Un DAC è quasi sempre un singolo chip, che trasforma i bit del suono digitalizzato in un segnale analogico che possa poi essere amplificato e reso come onda sonora.
I DAC non sono tutti uguali. Alcuni costano molto poco e si trovano nelle schede audio o nei media player da pochi euro. Altri DAC costano invece parecchio e vengono usati negli amplificatori, nei CD player e in altri dispositivi di fascia alta.
Mai come in questo caso, la qualità si paga. La si paga di più quando un DAC non è un chip e basta ma una unità audio autonoma e dedicata, in cui il (o i) chip DAC è accompagnato da circuiterie e controlli aggiuntivi. Tutto al fine di migliorare la resa sonora.









